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Quanto ho assistito alla nascita del Framework nazione sulla Cyber security, devo essere sincero, nutrivo aspettative alte e positive, anche se in fin dei conti si trattava di un CTRL+C CTRL+V del NIST, ma mi dicevo perché avremmo dovuto reinventare la ruota? Mi aspettavo di partire dalle guide NIST per andare oltre, di declinare i buoni principi del NIST sul tessuto produttivo del nostro paese, che è ben diverso da quello a cui si rivolge in NIST.
Sebbene il NIST abbia formulato ottimi modelli; il successo di un Framework basato sul NIST è legato alla capacità di calarlo nel contesto delle aziende italiane; di adattarsi ad un tessuto manifatturiero costituito per la maggior parte da piccole e medie imprese che usano la tecnologia come abilitante del business e che spesso hanno già problemi a implementare le misure di sicurezza richieste dalla compliance.
Le ultime pubblicazioni del gruppo di lavoro cybersecurityframework mi sembra vadano nella direzione opposta, continuiamo a fare gli accademici, i dotti della materia che se la suonano e se la cantano, a mio avviso o cambiamo rotta o non avremo un futuro.
Se vogliamo che il nostro paese cambi passo nei confronti della tecnologia e della security dobbiamo fare un passo indietro scendendo dalle cattedre e andando nelle aziende; iniziare a parlare il loro linguaggio, essere pragmatici e concreti dimostrando come e quanto la Cyber security può aiutare significativamente  il day by day aziendale.
Concretezza e semplicità sono l'unica soluzione per declinare gli ottimi principi del Frame work Cyber security in regole operative del quotidiano che qualunque azienda può e riesce ad implementare con il minimo sforzo; dalla manifattura con 10 computer, 1 nas e 5 server, fino alla corporate con più 1000 server.

Dobbiamo ricordarci che non tutte le aziende si occupano di IT, anzi per la maggior parte l'IT è una facility e la Cyber security una facility della facility che va ad impattare sul conto economico dell'azienda.

samrtphone videoLa Cassazione Penale con la sentenza  del 3 febbraio 2017, n. 5241 chiarisce che non vi è alcun limite al fatto che un soggetto registri, magari tramite il proprio smartphone, una conversazione con un altra persona senza necessità che quest’ultima debba essere preventivamente informata.
Nel caso di specie, la Suprema corte era chiamata a decidere del ricorso proposto da un agente di polizia indagato per aver indotto indebitamente una prostituta ad avere due rapporti sessuali. Nel fascicolo era presente un video registrato fatto dallo stesso indagato del rapporto tra lo stesso e la persona offesa.

Il principio espresso è che «le registrazioni, video e/o sonore, tra presenti, o anche di una conversazione telefonica, effettuata da uno dei partecipi al colloquio, o da una persona autorizzata ad assistervi … costituisce prova documentale valida e particolarmente attendibile, perché cristallizza in via definitiva ed oggettiva un fatto storico».
Anche perché, ricordano i giudici, «la persona che registra (o, come nel nostro caso, che viene filmata dallo stesso autore del fatto) … è pienamente legittimata a rendere testimonianza, e quindi la documentazione del colloquio esclude qualsiasi contestazione sul contenuto dello stesso, anche se la registrazione fosse avvenuta su consiglio o incarico della Polizia Giudiziaria».
La Suprema Corte riconosce espressamente come «le moderne tecniche di registrazione [sono] alla portata di tutti, per l’uso massiccio dei telefonini smart, che hanno sempre incorporati registratori vocali e video, e l’uso di app dedicate per la registrazione di chiamate e di suoni, consentono una documentazione inconfutabile ed oggettiva del contenuto di colloqui e/o telefonate [nel caso di specie] tra il violentatore e la vittima».

Con questa sentenza la Suprema corte sgombera finalmente il campo ai dubbi sollevati da molti riguardo alla legittimità di tali fonti di prova, in particolare per quanto riguarda gli aspetti privacy, spesso usati come strumento per invocare la nullità della prova; obiezione che con questa sentenza non trova accoglimento quando la documentazione dei fatti così ottenuta venga effettivamente e solo utilizzata per la tutela dei propri diritti.

in ogni caso la prova audio o video che sia deve essere acquisita con strumenti e metodologie tipiche della digital forensics atte a garantire originalità e veridicità dei contenuti, in modo da poter essere acquisita in fase di indagini o nella fase dibattimentale.

 

 

samrtphone videoLa Cassazione Penale con la sentenza  del 3 febbraio 2017, n. 5241 chiarisce che non vi è alcun limite al fatto che un soggetto registri, magari tramite il proprio smartphone, una conversazione con un altra persona senza necessità che quest’ultima debba essere preventivamente informata.
Nel caso di specie, la Suprema corte era chiamata a decidere del ricorso proposto da un agente di polizia indagato per aver indotto indebitamente una prostituta ad avere due rapporti sessuali. Nel fascicolo era presente un video registrato fatto dallo stesso indagato del rapporto tra lo stesso e la persona offesa.

Il principio espresso è che «le registrazioni, video e/o sonore, tra presenti, o anche di una conversazione telefonica, effettuata da uno dei partecipi al colloquio, o da una persona autorizzata ad assistervi … costituisce prova documentale valida e particolarmente attendibile, perché cristallizza in via definitiva ed oggettiva un fatto storico».
Anche perché, ricordano i giudici, «la persona che registra (o, come nel nostro caso, che viene filmata dallo stesso autore del fatto) … è pienamente legittimata a rendere testimonianza, e quindi la documentazione del colloquio esclude qualsiasi contestazione sul contenuto dello stesso, anche se la registrazione fosse avvenuta su consiglio o incarico della Polizia Giudiziaria».
La Suprema Corte riconosce espressamente come «le moderne tecniche di registrazione [sono] alla portata di tutti, per l’uso massiccio dei telefonini smart, che hanno sempre incorporati registratori vocali e video, e l’uso di app dedicate per la registrazione di chiamate e di suoni, consentono una documentazione inconfutabile ed oggettiva del contenuto di colloqui e/o telefonate [nel caso di specie] tra il violentatore e la vittima».

Con questa sentenza la Suprema corte sgombera finalmente il campo ai dubbi sollevati da molti riguardo alla legittimità di tali fonti di prova, in particolare per quanto riguarda gli aspetti privacy, spesso usati come strumento per invocare la nullità della prova; obiezione che con questa sentenza non trova accoglimento quando la documentazione dei fatti così ottenuta venga effettivamente e solo utilizzata per la tutela dei propri diritti.

in ogni caso la prova audio o video che sia deve essere acquisita con strumenti e metodologie tipiche della digital forensics atte a garantire originalità e veridicità dei contenuti, in modo da poter essere acquisita in fase di indagini o nella fase dibattimentale.

 

 

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