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La notizia è di questi giorni ed è assolutamente incredibile e apre nuovi scenari:  il ministero degli Interni avrebbe raggiunto accordi con facebook  per poter accedere ai profili dei sospetti. L'italia sarebbe la prima nazione europea e forse al mondo a raggiungere un tale accordo. Pensate che il ministero degli interni (alias la Polizia Postale) non è riuscito ad ottenere analoghi diritti di accesso nei confronti di Google, Microsoft e altri colossi dell'IT. E gli altri social network? diventeranno forse più interessanti perchè meno soggetti a controli.

La notiza nel dettaglio la trovate su questo link: http://odiolacasta.blogspot.it/2012/10/facebook-il-ministero-degli-interni-ha.html

 

E' uscito in questi giorni sul sole24ore.com http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2012-10-01/smartphone-tablet-azienda-gestione-193939.shtml?goback=.nmp_*1_*1_*1_*1_*1_*1_*1_*1_*1 uno studio che mette in luce come la destrutturazione delle aziende abbia portato a forti inefficienze. Secondo questo studio circa 11 ore a settimana sarebbero sprecate da ciascun lavoratore per recuperare l'informazione presente in docuemementi disseminati ovunque. Lo stesso studio mette in evidenza come altre 12 ore alla settimana vengono perse per la gestione dei processi di approvazion: un totale di 23 ore su 40 lavorative, il 57.5% del tempo lavorativo settimanale, che se ne va in inefficienza.

Siamo passati dalle aziende anni 80 molto strutturare e proceduralizzate, magari anche un po' ingessate a aziende speedy, fortemente destrutturarte sia nei processi che negli strumenti. Il risultato è che nel breve periodo il modello speedy funziona perchè accellera rapidamente l'azienda, nel medio periodo porta al caos:l'informazioni non si sa più dov'è, se sul pc se sul tablet o sul file server, né si sa quale sia l'ultima versione ufficiale. Altrettanto vale per i processi non esiste più un workflow, tutti parlano con tutti ma nessuno è titolato a decidere o ancora peggio tutti vogliono decidere.
Personalmente pernso che le aziende si debbano dare poche e chiare regole e strutturare efficientemente l'accesso all'informazione. L'informazione è patrimonio dell'azienda e non può, secondo me non deve, trovarsi distribuita su mille dispositivi diversi e personali.

E' terribile parlare di errori giudiziari come se parlassimo degli errori fatti da un bambino in un tema o in un compito di matematica, purtroppo gli errori giudiziari segnano drammaticamente la vita delle loro vittime.

Un errore giudiziario è spesso il risultato di una somma di errori,  di presunzioni  e di un  falso senso di potere che talvota compisce alcune persone.

Quando c'è un errore la prima responabilità cade sulle indagini e sulla loro conduzione spesso indirizzata a trovare più un capro espiatorio che la verità. Indagini condotte con approssimazione e superficialità,  magari da personale non adeguatamente formato o troppo investito dell'uniforme che porta. Ma la responsabilità anche  su quei consulenti poco onesti, che affrontano incarichi per i quali non sono preparati. Per non parlare del modo in cui spesso viene trattata la prova, in particolare quella informatica. Senza l'adozione dei requisiti minimi di garanzia, come la gestione della catena di custodia,  la documentazione puntuale di tutte le operazionie e l'adozione di best practiche e tecniche di analisi di tipo forense in ambito informatico: tecniche e processi  di computer forensics.

Il film su Enzo Tortora, mi ha fatto riflettere molto sugli errori giudiziari, quelli più tradizionali come quello di Tortora, ma anche quelli più moderni che nel mio lavoro di consulente informatico forense vedo ogni giorno.

Personalmente credo, e mi adopero, affichè il nostro impegno di tecnici informatici forensi sia non tanto a servizio della giustizia ma a servizio della verità, perchè quella che è la realtà giuridica dei fatti che si costituisce in giudizio sia il più possibile vicina alla realtà oggettiva dei fatti e lo spazio per errori giudiziari si riduca a zero.